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La crisi dovuta alla pandemia ha creato ancora più squilibrio nella distribuzione dei redditi. In Italia era già tra le maggiori in Europa prima del Covid, e adesso si sta ampliando ulteriormente.

Il problema dello squilibrio dei redditi

Se provassimo a vedere il paniere della spesa degli italiani, i dati (ingannevoli) sembrerebbero suggerire che non c’è di che preoccuparsi. Secondo i dati Istat infatti, l’indice generale dei prezzi nel corso del mese di maggio è sceso sotto ai suoi livelli di un anno prima. Sono calati il costo dell’energia (per via del calo del petrolio) e il costo dei “beni durevoli” (auto, televisioni, computer, frigoriferi, ecc). In teoria quindi vivere costa di meno, che bellezza per i nostri redditi. Ma in realtà non è proprio così.

Salgono i prezzi dei beni necessari

Se infatti ci concentriamo sui quei beni che rappresentano i due terzi / tre quarti della spesa mensile delle famiglie, ecco che emerge il grave problema. I prezzi dei beni necessari infatti sono cresciuti. Cibo in genere +3,3% Frutta +8,5% Verdura +4,8% Uova +3,4% Pollame +4,3% Maiale +4,2% Zucchero +2,7%. Questa categoria di beni pesa su gran parte del paniere di acquisto del ceto meno abbiente, quello più colpito dalla crisi Covid. Invece rappresenta appena un decimo della spesa del ceto più facoltoso, che ha più che compensato questi aumenti, con il calo che c’è invece stato nei prezzi dei beni durevoli.

Scendono molti redditi

La conseguenza logica è che, se è vero che nel complesso i prezzi sono in generale scesi durante l’emergenza, sono però saliti quelli dei beni di prima necessità. Questo fattore, messo assieme al calo del reddito per le classi meno abbienti, amplia la forbice della disuguaglianza. Infatti nel ragionamento bisogna anche considerare anche un ulteriore importante aspetto. Tantissime persone hanno perso il posto di lavoro o comunque lo stipendio durante la crisi Covid (i numeri della Cig sono cresciuti in modo enorme). Per cui oltre a vedere crescere il prezzo dei beni primari, hanno visto crollare le loro entrate. Ancora più grave perché le perdite di posti di lavoro si concentrano sui mestieri a più bassa qualifica e più bassa remunerazione. A partire appunto dal commercio al dettaglio e dai servizi per il settore del turismo.

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