Nonostante ciò che sta accadendo a livello globale e la conseguente incertezza sui mercati, la banca centrale degli USA non chiude ancora la porta all’ipotesi di tagliare i tassi di interesse nel corso del 2026. Ma i mercati nel frattempo immaginano anche uno scenario opposto, che addirittura potrebbe condurre a nuove strette monetarie. Tutto dipende dalla guerra nel Golfo.
Il dilemma dei tassi di interesse
La lettura dei verbali dell’ultima riunione di politica monetaria del Federal Open Market Committee offre uno spaccato incerto delle valutazioni tra i membri dell’Istituto centrale americano. La maggior parte dei componenti del board della Federal Reserve (FED) ritiene che il conflitto potrebbe giustificare dei tagli dei tassi di interesse in futuro. Questo nel caso in cui gli effetti della guerra finiscano per incidere sull’andamento del mercato del lavoro e il potere d’acquisto dei consumatori. Alzando i tassi di interesse si andrebbe a stimolare l’economia.
Il rischio inflazione
Tuttavia c’è chi ritiene necessario controllare attentamente l’andamento dell’inflazione, che è ancora sopra il target. Ricordiamo che se i prezzi dovessero ricominciare a correre, a quel punto l’ipotesi di una stretta monetaria diventerebbe più concreta. E questo lo scenario che ad esempio sta prevalendo riguardo alla Banca Centrale Europea.
L’ultima decisione
Nella riunione di marzo, i membri del board di politica monetaria della Fed hanno deciso di lasciare i tassi di interesse nella forbice compresa tra il 3,5% e il 3,75%. La decisione è stata quasi plebiscitaria, visto che dei dodici membri soltanto uno è stato contrario.
Va detto che però già adesso, rispetto ad allora, le prospettive dell’economia americana sono decisamente cambiate. Gli indicatori leading evidenziano già un peggioramento a causa delle maggiori pressioni inflazionistiche legate alla crisi energetica provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Ecco perché i mercati continuano in larga parte a immaginare uno scenario di tassi di interesse invariati. Ma si tratta comunque di valutazioni che cambiano costantemente in relazione alla evoluzione del conflitto in Medio Oriente.
















