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Inflazione e Medio Oriente, i nuovi attacchi USA riaccendono la paura

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I verbali dell’ultima riunione FED mostrano che solo pochi membri del comitato erano favorevoli a una stretta

La nuova escalation in Medio Oriente ha spinto di nuovo al rialzo i prezzi del petrolio e ha riacceso i timori riguardanti l’aumento della inflazione, con inevitabili conseguenze anche per le scelte di politica monetaria da parte delle banche centrali.

La tensione nel Golfo e l’inflazione

inflazioneNelle scorse ore l’esercito USA ha effettuato nuovi raid contro l’Iran, come aveva già anticipato Trump nella giornata di ieri, nel tentativo di limitare la capacità di Teheran di impedire il transito attraverso lo stretto di Hormuz. Il livello di tensione è notevolmente cresciuto, alimentando così la domanda di beni rifugio (anzitutto il dollaro) e provocando una nuova fiammata dei prezzi del petrolio, che potrebbero avere effetti sull’inflazione globale.

I verbali della Federal Reserve

Ieri sera intanto sono stati pubblicati i verbali dell’ultima riunione di politica monetaria della Federal Reserve. Da essi emerge che soltanto pochi membri del comitato di politica monetaria erano favorevoli ad una stretta monetaria, nonostante le preoccupazioni riguardo l’inflazione.

Sui mercati finanziari l’ipotesi di una nuova stretta entro la fine del 2026 viene considerata ancora molto probabile. Gli operatori infatti hanno aumentato le loro aspettative di rialzi dei tassi da parte della Fed, con la probabilità implicita di un aumento a settembre a circa il 69% (rispetto al 58% del giorno precedente). Ulteriori indicazioni arriveranno dai prossimi dati macro relativi alle richieste di sussidi di disoccupazione. Nel frattempo sono cresciute anche le aspettative di una nuova stretta della BCE, dopo il primo aumento del costo del denaro fatto dalla Eurotower in due anni e mezzo.

Il dollaro sul mercato valutario

Sul mercato valutario il Dollar Index rimane vicino a quota 101, continuando la ripresa dopo che la settimana scorsa era stata abbastanza fiacca. Il biglietto verde è sostenuto dalla domanda di beni rifugio ma anche dalla prospettiva di un aumento dei tassi di interesse (che restano da mesi il tema calo dei mercati) da parte della Federal Reserve per arginare l’avanzata dell’inflazione.

Le nuove tensioni tra Stati Uniti e Iran hanno penalizzato gli indici azionari statunitensi, che mercoledì hanno chiuso in modo contrastato. Bene i produttori di chip, che hanno registrato un rimbalzo.

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